Scritti


Il muro ed il suo doppio

di Emilio del Gesso (2003)

L’opera di Licia Galizia costituisce sotto molti aspetti un unicum nel panorama artistico italiano degli ultimi 20 anni. Nel corso della sua carriera artistica ha elaborato un rapporto tutto personale con l’idea di spazio e quella di parete, oscillando perennemente fra pensiero ed azione. Ha creato installazioni contemporaneamente statiche ed in movimento, che una volta definite ed assestate in un determinato luogo diventano performances con la patente paradossalità di rimanere stabili. Una caratteristica di queste opere è il coinvolgimento dello spettatore-visitatore in qualche modo sempre invitato a partecipare come protagonista attivo-passivo dello spazio. Già nel duetto con il musicista Paolo Marchettini nella Rocca a L’Aquila aveva creato uno scambio fra linea continua e musica: fra la parete ed il suo “strumentista”. In un’altra occasione, da Mara Coccia nel ’92, lo spettatore-osservatore era invitato a spostare e ricomporre gli elementi in ferro o in alluminio bianco presenti sul muro. Il muro in altre occasioni diviene un vero e proprio teatro scenico di linee e segmenti attraverso la disposizione più o meno regolare di canaline e lamine di metallo. Anche in questa asetticità dello strumento usato, tradizionalmente proprio più di una attività da cantiere che di espressione artistica, Licia Galizia crea uno spazio di duplicità apparente: insistendo sull’aspetto artigianale delle rifiniture e dei dettagli contemporaneamente genera uno spazio lirico per linee e frammenti.
L’attuale mostra alla galleria AAM è inevitabile tappa in progress di questo percorso. Ciò che in altre sessioni era sottilmente enunciato qui viene esposto ed esplicitato: ossia il tentativo di creare una parete “attiva” instaurando un rapporto fra parete e scrittura. In questo caso i muri delle stanze diventano fogli o supporti di un testo poetico. Le frasi di questo testo sono inserite su canaline metalliche disposte sulle pareti della galleria. Queste linee sono disposte per sovrapposizioni parallele come quelle delle stratificazioni geologiche delle rocce. Già questa collocazione delle linee è di per sé una contaminazione non solo della parete, ma dell’idea stessa di palinsesto che seppur geneticamente legata all’idea d’interferenza non condivide più il luogo di uno scriptorium, ma la superficie del muro. L’assunto iniziale di questa installazione è in riferimento ad un gioco di parole legato all’idea di rettitudine/linea retta/testo retto: un salto di qualità/diversità per cui la parete dà e riprende quello che dà. Infatti l’interferenza intesa come aggiunta o sottrazione è la caratteristica fondante di questa installazione: sulle stesse pareti della galleria le parole sono virtualmente intercambiabili, perché lo spettatore le può evidenziare spostando alcuni elementi rettilinei che focalizzano l’attenzione su alcune parole e non altre.
Un concetto chiave che preesiste alla installazione è quindi anche quello di polisemia: significati e pensieri come variabili dell’esperienza visiva dello spettatore in un rapporto biunivoco soggetto a possibili interpolazioni. Tuttavia non sono parole in libertà quelle che ci si presentano ( difatti compongono frasi tratte da un testo di Rosa Pierno con espliciti riferimenti a Dante), ma sono parole libere la cui autonomia concettuale rispetto al testo dipende per così dire dal gioco dello stesso spettatore.
Lo spazio dunque si articola attraverso la scrittura e di questa condivide la virtualità apparente e la sua ripetitività. Giocare con l’intertestualità della parete non è un puro divertissement: l’idea stessa di questa installazione ha una logica interna che ha radici lontane non solo nella stessa biografia dell’artista, ma in una tradizione storico antropologica anch’essa ricca di polisemie e di significati diversi.
In altri contesti (già la parola inerisce l’idea di spazio come scrittura: con – testi) i linguaggi che strutturano gli spazi hanno le loro valenze in quanto ne esplicitano il significato funzionale: così una rete viaria senza una segnaletica stradale perderebbe il suo status di urbanicità. Analogamente i graffiti nel metrò o sui muri di periferia strutturano uno spazio appropriandosene semanticamente e determinando una sua identità. In questo senso le frasi a parete di Licia Galizia, se da un lato definiscono una identità del luogo come spazio mentale, dall’altra lo definiscono come una mostra in sé giocando sull’ambiguità che normalmente le parole scritte determinano in uno spazio espositivo. Infatti di solito non ci accorgiamo di quanto ogni mostra od esposizione sia caratterizzata da una segnaletica dello spazio e spesso l’artista arriva al compromesso di esporre opere dalla perversa etichetta di “Senza titolo”. Questa installazione dunque prima ancora che reale è concettuale. Ciò è ancor più vero, se si pensa che la polisemia è un accidente ricorrente anche quando si parla di quadri o pitture con titoli, che non corrispondono al soggetto rappresentato sia essa la “Tempesta” di Giorgione o la “Gioconda” di Leonardo. Siamo di fronte a quella che Michel Butor chiamava “aurea verbale”.
Un effetto ricorrente in sistemi codificati di questo tipo può essere un impatto di completa neutralità o di una sorta di fascinazione. E’ inevitabile che il codice utilizzato dalla Galizia pervenga ad una affabulazione e non tanto perché gestisce un materiale poetico, ma perché di questo ne esalta le potenzialità ironiche e paradossali. A differenza dei dadaisti che del paradosso linguistico ne avevano fatto una icona, (vedi Duchamp con la sua Mariée mise à nu par ses célibataires même o più ancora con Apolinère enameled ) qui il paradosso non ricorre al calembour né ai doppi sensi, almeno in maniera esplicita; semmai il paradosso collima con l’ars combinatoria ed i testi trascritti più lo spazio dell’installazione tendono forse a concretizzare un teatro della memoria. Nella stessa mostra (quasi una sezione a parte) Licia Galizia ha, per così dire, materializzato alcuni di questi accidenti linguistici in oggetti portatili sotto forma di rotoli e volumi, che rappresentano la novità tra l’altro di questa rispetto alle installazioni precedenti. Veri e propri libri non sono tuttavia leggibili in senso tradizionale, perché anch’essi partecipano dell’idea di spazio: sotto forma di rotoli inscritti in una cornice sono aperti e chiusi contemporaneamente. Pervenendo alla costruzione di questi insoliti manufatti verbali, si è tentati di interpretarli come una prova evidente della capacità evocatrice-creatrice della parola, mentre in realtà in questo caso Licia Galizia rivaluta la completa autonomia dell’artista da ogni vincolo metafisico riproponendolo come demiurgo-fondatore della realtà.