Scritti


L’esattezza della costruzione v/s l’aleatoria bellezza dell’imprevisto

di Francesco Moschini (2003)

L’approccio con l’ombra ha una storia complessa: intesa in senso naturalistico è l’effetto contrasto di una sorgente luminosa definendosi come un incidente della visibilità-implicando la negazione di qualcosa e nello stesso tempo la sua indiretta esistenza: il suo uso proprio od improprio può determinare effetti paradossali od inquietanti, surreali od oniricamente metafisici (De Chirico docet). Per Licia Galizia l’ombra viene concepita come un effetto pittorico: in questa installazione, che occupa la stanza principale della Galleria, frasi e concetti scorrono in moduli fissi inseriti sul muro: contemporaneamente elementi a rilievo proiettano la loro ombra su alcune parole del testo. Spostando questi stessi elementi e quindi cambiando la disposizione delle ombre, lo spettatore può ridefinire concettualmente o poeticamente il senso del testo. Leggendo solo le parole in ombra o viceversa quelle che non lo sono, l’intera esperienza verbale diventa per così dire elastica, variabile e mutevole. Giocando sulla duplicità fisso-flessibile, l’ombra diventa allora l’elemento fondante della installazione e, per una strana legge del non senso, dà vita al corpo muto della parete lanciando una sfida alla percezione. Ancora una volta coerentemente con la sua linea di ricerca, Licia Galizia, da anni in continuo confronto con altri linguaggi, approda ad una contaminazione intitolando la mostra Il testo retto. Una contaminazione-intersezione fra elementi formali propri della sua ispirazione e quelli lirici del testo di Rosa Pierno. Lo stesso uso dell’ombra evidenzia uno scambio visivo semantico: forma, segno, contenuto e immagine sono evidenziati e aperti non ad una scontata multimedialità, ma ad un confronto che non sopprime le differenze. Già dal 1997 con Cecilia Casorati, ha lavorato con la parola e l’installazione: oggi ritornare alla parola è una esperienza che le consente di accostarsi al testo con la capacità di attuare la polisemia testuale. Una polisemia che al di là dei giochi di senso e di logica rimanda (secondo una formula variamente sperimentata) a quel connubio di ragione e sentimento che, se in passato ha coinvolto anche la musica e la danza, qui si avvale di un elemento geometrico formale (la retta appunto) e di un elemento geometrico morale, partendo dall’equivoco semantico della definizione di linea retta (retta via, testo retto).
Tra le possibili variazioni di un possibile testo, di cui Dante è il riferimento poetico, leggiamo: Qualsiasi proiezione del fruitore è bene accetta se travalica le regole del gioco. Intuitivamente il senso si condenserà in una costellazione di significati dove si vedrà l’amore che move il sole e l’altre stelle. O ancora nello spazio bidimensionale, il testo approfondisce senza travalicare le somme rette. E’ nel testo la retta via. La somma delle rettitudini.
La variabile combinatoria del modulo al testo pur riecheggiando il titolo della sua performance di città S. Angelo (Dalla regola del gioco alla sregolatezza del sogno creativo), non esclude affatto l’idea di una rigorosità poetico astratta.
Infatti la costante tendenza di Licia Galizia alla scientificità delle sue installazioni, appena stemperata dalla aleatorietà dei diversi risultati imprevisti ed imprevedibili, colloca il suo lavoro a pieno titolo nel solco di quella astrazione lirica, soprattutto portato avanti dagli astrattisti comaschi degli anni trenta come nelle condensazioni cromatiche di Veronesi attorno alle linee forza.

L’artigianalità, perseguita tenacemente attraverso le fasi di preparazione di ogni singola installazione, rimane lontana dalle esperienze proto-high tech di Dan Flavin, che negli anni sessanta si avvaleva di barre fluorescenti per definire la visibilità concettuale della parete, così pure rimane estranea alla Galizia la combinazione riconducibile agli stessi anni di testi ed oggetti a muro di Joseph Kosuth. L’uso di canaline e supporti metallici nella loro voluta ed insistita semplicità rimandano ad uno scenario concettuale proprio più di un contesto europeo, come si chiarisce bene da una citazione di J.Tinguely riportata nel catalogo dell’altra mostra di Galizia Sistemi del 2001.

Il muro, cioè pur nella sua apparente inespressività, diventa il corpo vivo e pulsante di linee guida che determinano la sua rinata praticità, lo trasformano in un campo d’azione spazio temporale in cui l’artista lascia il segno attraverso la traccia, affinché (un ennesimo gioco semantico) più non taccia: secondo la stessa Galizia infatti: specchiandosi nell’opera l’artista non ricerca le proprie sembianze, ma le tracce del se stesso fattosi altro da sé.
Queste tracce collimano con una percezione lineare del tempo che sempre secondo un coefficiente di ambigua duplicità rimandano al tempo circolare dell’hortus conclusus del luogo in cui si inseriscono. Se un artista come Jenny Holzer con i suoi Truisms, dell’uso di frasi banali e stereotipate ne fa materiale di lettura paradossale, in installazioni in spazi aperti, ciò è dovuto all’impatto soprattutto mediatico che i messaggi comportano nella civiltà del presente. L. Galizia invece ricorre ad un testo letterario perché la sua temporalità astratta diviene variabile della circolarità del luogo, in rapporto alla presenza assenza dello spettatore. Questa variabilità si focalizza in punti chiave della comunicazione, che da un intero discorso procede per segmenti fissi, che presi di per sé alterano la frammentarietà dell’esperienza temporale pervenendo ad una sorta di pidgin. E mentre del pidgin condividono la elementarità dell’informazione, nello stesso tempo documentano la complessità concettuale del testo.